Voci Migranti ai tempi dell’emergenza del Corona Virus

La Voce di Glenda

Mi chiamo Glenda vengo da El Salvador e sono qui da quasi 5 anni. Abito a Milano con mio marito, i miei figli e altri parenti, tutti nella stessa casa.

 

La mia vita prima era una vita normale, come tutti. Andavo al lavoro… io sono infermiera laureata nel mio paese ma la mia laurea qui non vale niente, quindi faccio l’infermiera privata per una coppia di anziani.

 

Prima del virus frequentavo la chiesa insieme alla mia famiglia e stavamo costruendo una nostra associazione “Salvadoreños en Acción”, che ha come scopo aiutare i nostri connazionali ad inserirsi nella società italiana, soprattutto quelli appena arrivati. Mio marito ed io facevamo questo già da un po’ di tempo… Poi, insieme ad altri volontari che a mano a mano sono entrati a far parte dell’associazione ci siamo divisi i compiti, ognuno in base al proprio tempo libero, e portavamo le persone a fare la tessera dell’ATM oppure a fare il Codice Fiscale. Ad alcuni li portavamo ai posti dove si può mangiare gratuitamente, a volte invitavamo qualcuno a mangiare a casa nostra oppure aiutavamo le persone a cercare lavoro. Avevamo iniziato anche un rapporto di collaborazione con le suore di Maria Immacolata che hanno un centro di ascolto per i migranti…

 

Posso dire che la mia vita è cambiata molto perché ho dovuto restare a vivere nella casa dei signori che curo sin da quando hanno messo la quarantena e non ho più potuto vedere la mia famiglia fino al 25 aprile. Prima del Covid avevo deciso di dare priorità alla mia famiglia e di lavorare meno perché a marzo doveva nascere la mia nipotina e volevo aiutare mia nuora, anche per questo mi ha fatto male il dover restare nel mio luogo di lavoro.

Un’altra cosa drammatica per me è stata quella di dover accudire molte persone anziane, sole, che abitano nel palazzo dove lavoro. In particolare, mi sono accorta che una coppia di anziani, marito e moglie, erano malati; purtroppo la signora è risultata positiva al Covid-19 ed io gli facevo fare le videochiamate con i loro famigliari per dir loro che li stavo curando nel mio tempo libero, ma come una cosa volontaria, non come un lavoro in più.

L’ho fatto perché ho visto che era necessario. La signora purtroppo è morta, il signore invece ce l’ha fatta e i suoi parenti per ringraziarmi mi hanno pagato un mese d’affitto della casa dove abito con la mia famiglia. Onestamente non mi aspettavo niente ma posso dire che sono stata fortunata di aver avuto questa benedizione da Dio.

 

Con la mia famiglia abbiamo deciso di fare un grande investimento e abbiamo comprato, su internet, tutto ciò che ci serviva per la sicurezza e per essere attrezzati sul posto di lavoro… Purtroppo però i miei figli sono rimasti disoccupati quindi mio marito ed io siamo gli unici a sostenere tutta la famiglia. Mi preoccupa che i miei figli non riescano a riprendere il lavoro, questo mese non hanno percepito uno stipendio: loro lavoravano nel settore della ristorazione, mi preoccupa che non riescano a pagare le loro spese. Anche mia figlia ha perso il lavoro, aveva iniziato a lavorare in un albergo e l’hanno licenziata quando è cominciata l’emergenza. Insieme a mia nuora ha iniziato a vendere, in maniera informale, tramite i gruppi Facebook, i nostri piatti tipici. Meno male che la gente che ci conosce si fida di noi e ci sta dando una mano in questo senso! Per adesso posso dire che stiamo bene ma se questa situazione continua a un lungo non penso che ce la faremo.

 

Non è stata una cosa facile vedere che i miei figli non hanno più potuto continuare a lavorare perché chiudevano i bar e i ristoranti. Non è stato neanche facile non poter andare tutte le domeniche a messa, come facevamo prima o in altri posti che frequentavamo per aiutare le persone. Questo è stato pesante.

 

Mi preoccupa il fatto che la mia situazione in Italia non è tanto stabile, ho fatto richiesta di asilo, ho avuto il diniego e quindi sto facendo il ricorso con un avvocato dell’associazione Naga ma non so come andrà a finire…

 

La gestione dell’autocertificazione non mi è stata difficile perché non sono uscita molto. Potrei dire che ho paura che mi fermi la polizia ma so che non sto facendo nulla di male, sto solo lavorando!

Se ho bisogno di informarmi sui miei diritti posso rivolgermi all’avvocato che segue il mio ricorso oppure al Naga, di altri posti non saprei. Ho sentito parlare degli aiuti da parte dello Stato ma di preciso non so niente. Non so se ci sono delle cose per noi migranti. Gli unici aiuti di cui sono a conoscenza sono quelli per esempio di Caritas, che offre da mangiare oppure quelli della nostra chiesa di quartiere che si mantiene attiva per dare cibo ogni quindici giorni alle famiglie più bisognose.

 

La mia famiglia nel mio paese sta bene. I miei genitori stanno bene, mio padre è un sarto, di solito fa le divise per vari tipi di operatori, in quest’emergenza ha deciso di fare le mascherine e così sta lavorando.

 

Siamo un paese povero economicamente, non abbiamo le attrezzature giuste, non siamo preparati per affrontare questa situazione. Ho saputo che molti miei connazionali sono stati rimpatriati dagli USA, e 15 di loro erano positivi al Covid. Sfortunatamente ho anche saputo dai colleghi con cui lavoravo nel mio paese che non hanno ricevuto nessuna formazione, il governo ha formato solo un piccolo gruppo. Nell’ospedale dove lavoravo i miei colleghi non hanno le attrezzature giuste per affrontare questo problema. Io chiedo loro sempre come va la situazione. Ho saputo anche che gli USA hanno promesso dei ventilatori in cambio dell’accettazione di altri rimpatri… Una cosa pazzesca!

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