Voci Migranti ai tempi dell’emergenza del Corona Virus

La Voce di Maria

Mi chiamo Maria, sono peruviana. Sono arrivata in Italia 20 anni fa. Ho tre bambini piccoli. Sono tutti nati in Italia. Uno di loro è gravemente disabile. Lavoro come operatrice socio-sanitaria in una casa di riposo. Abito con i miei tre figli e mio marito.

 

Io lavoro part-time, faccio solo il turno del mattino, da lunedì a venerdì.  Sono sempre molto impegnata nella cura dei miei figli, perché sono piccoli e in particolare devo dedicarmi molto a mio figlio disabile che deve fare spesso delle visite mediche. Prima di questa situazione facevamo una vita normale, uscivamo insieme in famiglia. Ora invece dobbiamo restare chiusi in casa e fare molta attenzione, in particolare a mio figlio disabile, che è fragile di salute, e da piccolo è stato ricoverato a causa di una bronchite.

 

L’aspetto che più è cambiato nella mia vita a causa di questa emergenza del coronavirus è quello lavorativo perché siccome io lavoro in una casa di riposo il rischio è tanto. Nel mio posto di lavoro ci hanno fornito il primo e il secondo modulo (di autocertificazione) con il quale potevamo spostarci per andare a lavorare, su questo ci hanno facilitato le cose. Ma all’inizio, il primo mese, non ci hanno dato le mascherine. Quindi ho dovuto lavorare senza protezione.

 

Dopo il lavoro tornavo a casa dai miei figli, e quindi c’era il rischio di contagiarli. Avevo molta ansia, e non sono stata tanto bene di salute. Ho manifestato alcuni sintomi leggeri e quindi il mio medico di base mi ha messo in malattia. Solo ora inizio a migliorare ma due dei miei figli durante l’ultima settimana hanno iniziato ad avere tosse ed è impegnativo doversi occupare di loro perché sono piccoli. Tutti i giorni sento la loro pediatra che segue la loro situazione.

 

Noi non siamo più usciti e stiamo andando avanti con le scorte di cibo che avevamo. Quando tutta questa situazione è esplosa io avevo appena fatto una grossa spesa, perché essendo in cinque a casa e avendo dei bambini siamo abituati ad avere sempre scorte in casa. Mio marito è uscito soltanto dopo 20 giorni, è andato a un piccolo supermercato che abbiamo molto vicino a casa a comprare cose fresche, in un orario in cui non c’era tanta gente.  Tramite la pediatra abbiamo da poco attivato un servizio per avere la spesa a casa e stiamo aspettando che ci chiamino.

 

La cosa che più mi provoca ansia in questo momento è la paura di prendere questa malattia e di trasmetterla. Per ciò non stiamo uscendo, perché abbiamo paura di contagiare gli altri, questo perché io sono stata male e dopo anche i miei figli. In particolare, siamo preoccupati per mio figlio disabile perché se lui peggiorasse sarebbe tragico.

 

Il weekend in cui non mi sono sentita tanto bene ho chiamato il numero per l’emergenza coronavirus per verificare se potevano farmi il tampone ma mi è stato detto che i miei sintomi non erano tanto gravi, perché non avevo febbre e potevo respirare. Io ho avuto solo catarro, mal di gola e dissenteria.

 

Da un punto di vista economico non posso dire che siamo messi male perché mio marito lavora in casa. Rispetto ad altre famiglie noi possiamo contare almeno su uno stipendio fisso. Mi sono informata in merito agli aiuti del governo ma siccome mio marito lavora e io lavoro non abbiamo fatto nessuna richiesta. L’unica cosa per la quale mi sono attivata è stata prolungare il mio periodo di malattia perché soltanto questa settimana mi sono sentita un po’ meglio, ma non mi sento ancora bene e quindi il mio medico mi ha detto che devo restare ancora a casa. So che nel mio lavoro la situazione non è facile, perché ci sono anche altre colleghe in malattia, quindi manca personale. Ma nel mio posto di lavoro la situazione è a rischio. Ci sono diversi ospiti che hanno la febbre e solo a una è stato fatto il tampone con risultato negativo. Inoltre, solo questa settimana hanno consegnato le mascherine, ma quelle sottili.

 

Da un punto di vista burocratico, dei documenti, siamo messi bene. Io sono in Italia da vent’anni e mio marito da più di trenta. I miei figli sono cittadini italiani e mio marito anche. Ho il permesso di soggiorno lungo soggiornante, non sono ancora riuscita a fare la cittadinanza. Dovevo rinnovare il mio passaporto peruviano quando è iniziata l’emergenza del covid-19. Il consolato peruviano a Milano mi ha suggerito di non recarmi nei loro uffici se non era urgente. Quindi ho preferito non rinnovarlo per evitare di fare la fila, perché essere a contatto con molta gente mi provocava un po’ di panico.

 

Rispetto alla scuola devo dire che la situazione è parecchio impegnativa e stressante perché ora tutto si fa online. La mia figlia più grande frequenta l’ultimo anno della scuola elementare e quindi abbiamo dovuto organizzarci. Mio marito ha un computer che gli è stato dato dal suo lavoro, e quindi con quello lavora. Noi abbiamo un altro computer in casa che usa mia figlia. Io sono già molto indaffarata perché devo stare dietro ai figli, assistere quello disabile, dare loro da mangiare. Quindi è stato mio marito ad insegnare a mia figlia come gestire questa nuova modalità di scuola online.

 

A tutto questo si aggiunge la situazione della mia famiglia nel mio paese. Mi preoccupa molto mio papà.  Ho dei parenti che lavorano nel settore della salute, quindi sono in prima linea, ma a volte senza i dispositivi di protezione. Un’altra mia parente abita in un altro paese latino-americano anche lei è impegnata nel settore della salute.

 

Infine, vorrei dire che bisognerebbe fare i tamponi anche alle persone che hanno lievi sintomi, come me, perché il rischio è grande, il rischio di essere contagiati e di contagiare gli altri.

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