Voci Migranti ai tempi dell’emergenza del Corona Virus

La Voce di Speranza

Mi chiamo Speranza, sono rumena e sono arrivata in Italia a metà degli anni 2000. Faccio la badante e abito da sempre nelle case in cui lavoro. Prima del Coronavirus di solito mi svegliavo alle 6, prendevo il tè e il caffè e poi preparavo la colazione per la signora. Dopo averla fatta alzare, le facevo fare colazione e la aiutavo a lavarsi e vestirsi. Poi iniziavo a fare un po’ di lavori in casa mentre la signora guardava la tv fino all’ora di pranzo. La casa è molto grande, io mi sono occupata sia delle pulizie che dell’orto che c’è fuori casa.

 

Alle 3.30 uscivo per le mie due ore libere giornaliere. In queste due ore di solito camminavo, andavo in farmacia o dal medico, a comprare le cose necessarie o a mandare i soldi a mio figlio. Tutto in sole due ore. Ho lavorato in questa casa per 10 anni. Prima avevo lavorato per altri 4 anni in un’altra famiglia.

 

Il Coronavirus è iniziato proprio quando è deceduta la signora. Sono rimasta qua da sola. Per fortuna mi hanno consentito di restare qua per questi mesi, non avrei avuto alternative. Dopo che è deceduta la signora, per un mese non sono riuscita a fare niente. Ero stanca anche di parlare. Mangiavo, guardavo la tv. Non riuscivo a riprendermi, volevo essere disordinata, non volevo avere orari. I parenti hanno capito e mi hanno detto che potevo restare e fare quello che volevo. Piano piano sono passati 3 mesi e adesso sto iniziando a riprendermi. Ho iniziato a fare i pacchi perché in 10 anni ho accumulato tante cose.

 

Devo fare un po’ di visite mediche perché nel frattempo mi sono ammalata di asma. I miei polmoni non funzionano più bene perché per 10 anni ho passato 22 ore al giorno chiusa in casa, il mio organismo ha bisogno di respirare e stare fuori. Adesso utilizzo degli spray per l’asma. Ho fatto la visita di controllo qualche giorno fa, ma invece del mio solito medico c’erano dei colleghi giovani che mi hanno cambiato la terapia. Dopo la visita sono arrivata a casa nervosa, ho fatto passare un giorno e poi ho chiamato il mio medico. Mi ha detto che in quel momento era in ospedale e che avrei dovuto insistere con i colleghi per farlo chiamare. Comunque mi ha detto di continuare con la terapia e di chiamarlo prima per la prossima visita di controllo.

 

La mia famiglia è sparsa in tutta Europa. Mio marito vive in Romania e ha problemi di salute. Mia figlia si è sposata e vive in Austria con il marito e i miei due nipoti. Ho un altro figlio che ha finito da poco il master in Inghilterra. Da febbraio sta provando a rientrare ma gli hanno cancellato il volo per quattro volte. Questa emergenza Covid ci ha sconvolto, perché se succede qualcosa a qualcuno di noi siamo in 4 nazioni diverse e non possiamo spostarci da nessuna parte.

 

Dopo che è morta la signora ho fatto la richiesta di disoccupazione. Avevo qualche risparmio da parte e mi hanno pagato la liquidazione, e anche il preavviso. Fino ad ora i soldi che guadagnavo li ho mandati al mio figlio più piccolo che è in Inghilterra. Per fortuna la mia figlia grande, che ha 41 anni, ha studiato nel mio paese quando ancora c’era il comunismo. Io sono nostalgica di quei tempi perché si stava bene.

 

Mio marito era pilota di elicotteri militari, io ero ispettrice per una compagnia assicurativa. Eravamo tutti sani, non c’erano droga o criminalità. Tutti avevano una casa e un lavoro. Tutti gli zingari che vedi ora in Italia lavoravano, perché se non lavoravi andavi in galera. Tutti studiavano, chi era bravo faceva il liceo, chi non era bravo faceva una scuola professionale. Mia figlia ha fatto l’università pubblica senza pagare le tasse. I più bravi avevano pure la borsa di studio.  Mio figlio invece ha studiato in Inghilterra, si è laureato là e tutti i miei risparmi sono serviti a pagare i suoi studi.

 

Personalmente quando è caduto il regime pensavo che il mondo sarebbe cambiato in positivo. Eravamo felicissimi perché ci sembrava di non avere più costrizioni. Mi ricordo che il direttore della succursale in cui lavoravo ci diceva che non avremmo dovuto essere troppo contenti della rivoluzione perché dopo sarebbe stato peggio. Aveva ragione, perché adesso le cose vanno male. Noi siamo sparsi in tutto il mondo, non ci sono più le famiglie unite. Siamo tutti soli in altri paesi.

 

Ho deciso di venire in Italia perché la società in cui lavoravo ha chiuso. È stata acquisita da una società austriaca e gradualmente hanno ridotto personale. Alla fine era rimasta solo la direttrice. E allora ho deciso di partire, anche perché avevamo accumulato molti debiti quando mio marito si è ammalato. Anche mio marito ha perso il lavoro, perché il reggimento è stato chiuso. Io sono arrivata e sapevo già che avrei fatto la badante. Qualche tempo prima era arrivata in Italia una mia cognata. Mio marito ha parlato con lei e ci siamo convinti, sono partita. Mi sono messa a lavorare come badante anche se non parlavo italiano, sono stata con un’anziana che mi permetteva anche di andare a scuola. Ho fatto il corso di italiano e di assistenza familiare. Ho lavorato nella prima casa per quasi tre anni. Dopo 9 mesi di disoccupazione, ho trovato il lavoro che ho fatto finora.

 

Sono arrivata in Italia che la Romania non era ancora parte dell’Unione Europea. Nel 2007 è morta mia mamma ma non sono potuta andare al funerale, perché non sarei più potuta rientrare, ero irregolare! È stato un grande dolore. Subito dopo che siamo entrati in Europa, ho richiesto il codice fiscale. Lavoravo in nero a quel tempo, e ho chiesto alla famiglia di farmi il contratto. A quel punto ho richiesto il permesso di soggiorno e alla scadenza mi hanno dato l’attestazione di permesso di soggiorno permanente. Ho continuato a lavorare per più di due anni per 570 euro.

 

È stato un cambiamento di vita traumatico. Quando sono arrivata qua avevo 46 anni ed ero una signora elegante, portavo i tacchi, facevo la pedicure e la manicure. Dopo qualche tempo ho iniziato a pensare che era inutile curarsi per uscire solo due ore al giorno. Ho iniziato a non portare più i tacchi e a indossare solo i pantaloni. Anche adesso che sono libera non ho ripreso a fare le mie cose. Rinunciare ai miei sogni è stato molto doloroso. Non avrei mai pensato di dover venire in Italia ad assistere gli anziani e passare la vita chiusa in casa.

 

Adesso ho circa 60 anni ma ancora ho qualche sogno in tasca. Vorrei lavorare di notte per essere libera di giorno. Non mi sento più di lavorare 24h su 24. Vorrei andare a casa per qualche mese, e approfittare di questo tempo libero. Mi sono laureata in giurisprudenza da giovane, ma non ho mai portato fino in fondo il mio sogno di essere avvocato. Ho provato un paio di volte a fare l’esame di avvocatura in Romania, ma non l’ho mai passato. L’ultima volta ci ho provato circa 10 anni fa, ho pianto una settimana perché non ce l’ho fatta e poi sono tornata in Italia. Adesso volevo riprovarci. Ho cercato anche di chiedere il riconoscimento del titolo in Italia, ma facendo questo lavoro non sono mai riuscita a iscrivermi per completare il percorso di studi. Purtroppo dovendo ripagare i debiti e pensare a mio figlio, non ho mai potuto smettere di fare questo lavoro, prendermi una casa in affitto e provare a completare gli studi. Quando è morta la signora, pensavo di andare a casa per qualche mese e prepararmi per l’esame di settembre. Invece sono bloccata in Italia, sto seguendo un corso virtuale ma non riesco a scaricare tutti i libri che mi servirebbero.

 

Ho pensato intanto di fare i documenti per la cittadinanza italiana, ma mi manca l’esame di lingua. Spero che almeno riaprano presto le frontiere. Mio figlio cercherà di tornare in Romania a luglio e dovrà stare in isolamento nel nostro domicilio. Quando lui avrà finito l’isolamento io potrò partire perché nel nostro appartamento in Romania c’è poco spazio per fare la quarantena.

 

Per fortuna nessuno dei miei conoscenti e amici si è ammalato di Covid. Durante il lockdown mi sono mossa pochissimo, ho fatto la spesa in un negozio qua vicino. Vivo in una via piccola e quando uscivo la gente mi chiedeva dove andavo e perché uscivo senza guanti o senza mascherina. Dopo un po’ un conoscente mi ha portato delle mascherine ed ho recuperato dei guanti al supermercato. Non mi sento ancora sicura di andare in giro.

 

Nella mia testa ho vissuto questa epidemia come un fenomeno di ipnosi globale. Nessuno fino ad oggi è riuscito a concordare su cosa sia necessario fare. Questo minuscolo virus è riuscito a cambiare il mondo. Per fortuna la possibilità di guardare il mondo con telefoni e tv, ha convinto tutti ad adottare le misure di sicurezza. In Romania l’emergenza è iniziata dopo. Non eravamo certo preparati e siamo stati un po’ leggeri all’inizio. Ho visto che hanno fatto degli investimenti nel sistema sanitario ma non so se saremmo in grado di sostenere un contagio diffuso.

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